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Mercoledì 24 ottobre 2001

La lucidità della risposta Usa può far fallire
 i piani di Osama Bin Laden 
di Giorgio Prinzi


La relazione di Christopher Andrew al Convegno sull’intellingence di Priverno era imperniata sulla necessità di riflettere serenamente, e a lungo, prima di esprimere una valutazione di intelligence, in particolare in situazioni critiche e di emergenza. Tra le raccomandazioni in merito c’erano quella di sottrarsi alle pressioni dei media a caccia di notizie per evitare i condizionamenti di una realtà che il relatore ha definito “dei suoni smozzicati e dei concetti istantanei” nonché quella di approfondire le conoscenze storiche, delle quali il presente è una continuità. In occasione della crisi internazionale che ha fatto seguito all’attacco alle “Torri Gemelle” la comunità di intelligence, a cominciare da quella statunitense, sembra avere fatto proprie le indicazioni del celebre studioso inglese. Anche chi scrive si è fermato un poco a riflettere, perché una volta che il peggio paventato si è verificato le condizioni al contorno (lo scenario per usare un termine non matematico) sono radicalmente mutate e, di conseguenza, le soluzioni delle “equazioni differenziali” (le formule risolutive, per esprimersi questa volta in linguaggio matematico) non sono più le stesse.

La prima cosa da dire è che con gli eventi dell’11 settembre si è superato, e per tutti, un tragico punto di non ritorno, oltre il quale, la tragedia che incombeva, ma poteva essere prima evitata, diviene inarrestabile e dopo, come topico nei classici del genere, la si può solo subire in tutte le sue conseguenze, ma non più arrestarla. Inutile ricordare certe scelte sbagliate al Paese di Sigonella, al Paese della restituzione al mittente di un gruppo di terroristi che intendeva abbattere un aereo israeliano in decollo da Fiumicino e tanti, tanti altri episodi noti e meno noti, sino agli attuali eccessi nella politica cosiddetta “di accoglienza” che ha consentito l’ingresso illegale, ma tollerato, nel nostro Paese di una “feccia” che danneggia anche e soprattutto quanti vengono da noi per lavorare e magari integrarsi.

Tutto questo pesa sulla credibilità del nostro Paese e l’attuale Maggioranza, nonostante i buoni rapporti personali tra Berlusconi e Bush, sconta le pesanti eredità del passato, tra cui quella dell’esistenza di una forte opposizione antagonista in grado di instaurare un clima insurrezionale tale da vanificare ogni suo impegno di reale inversione di tendenza. Queste però sono “quisquiglie” di fronte alla incombente tragedia internazionale. Si fa un bel dire la guerra è al terrorismo e non alla civilizzazione islamica, se dall’altro la controparte vede nei terroristi dei martiri con sommo eroismo, che ritengo sacrificati principalmente a fini interni. I timori che da tempo nutrivo per un atto particolarmente efferato in grado di erigere un insormontabile muro d’odio tra Occidente e Islam nascevano, come più volte ho affermato anche da queste colonne, dalla percezione che i più radicali fondamentalisti avevano e hanno della frammistione (leggi anche globalizzazione) tra le due civilizzazioni e del rischio che ne possa scaturire un processo di laicizzazione che vorrebbe dire la fine dell’Islam tradizionale, con la fine di tutti i privilegi medioevali per una minoranza integralista egemone. 

Da tempo, inoltre, pavento atti all’interno delle comunità ospitanti volti a provocare il rigetto delle comunità islamiche ospitate, in quanto esse rischiano di divenire tramite di “corruzione” per il mondo islamico per il persistere dei rapporti con le loro comunità di origine. Quanto devastanti possono essere le telefonate degli emigrati per Paesi di origine nei quali l’utilizzo di internet e l’ascolto di emittenti radiotelevisive è persino reato?

Probabilmente chi ha ideato gli atti dell’11 settembre si attendeva una pesante, ma limitata, azione di ritorsione degli Stati Uniti, forse colpiti proprio perché l’unica potenza in grado di mettere in atto una strumentalizzabile ritorsione, che qualora fosse stata, come tutti si aspettavano, immediata ed emotiva, sarebbe stato facile tacciare di immotivata e preconcetta. Quindi appello alla “guerra santa” e avvio di una insanabile contrapposizione con gli “Stati Uniti e i loro Alleati”, funzionale a fini interni.

Qualcosa non ha funzionato. Forse chi ha progettato gli atti non immaginava che essi sarebbero stati tanto devastanti, con un così elevato numero di vittime e con il collasso totale di entrambe le strutture. Erano costruite per resistere all’impatto di un aeromobile e in realtà hanno resistito all’urto. Il collasso strutturale è stato dovuto al fuoco, contro cui non esistevano adeguate difese forse perché nessuno pensava che mai un aereo potesse andare effettivamente a schiantarsi contro anche una sola di esse. Le difese contro il fuoco erano commisurate su altre più probabili tipologie di incendi. Altro fatto imprevisto: le dimensioni della tragedia hanno congelato la stessa emotività delle reazioni. Non si è scatenata una crociata contro l’Islam con caccia all’islamico o presunto tale. I primi gravi isolati episodi, che pure ci sono stati, hanno portato invece alla consapevolezza che si doveva colpire in maniera mirata, evitando generalizzazioni soprattutto nei confronti di quanti vivono da noi e stanno integrandosi nelle nostre società. Le ragazze musulmane che hanno sfilato in costume da bagno al Concorso di “Miss Africa in Italia” non credo rimpiangano il burqa o si sentano particolarmente vicine a Bin Laden e ai talebani. È il segno di quella laicizzazione che i fondamentalisti temono possa contaggiare le loro contrade.

La razionale e fredda risposta degli Stati Uniti ha favorito il formarsi di una ampia coalizione, vanificando i piani di quanti pensavano di fare presa sulle masse invocando la guerra santa di fronte a una reazione immediata, che poteva essere tacciata di preconcetta e ingiustificata. Non dimentichiamo che si era tirato in ballo Israele (e c’è chi ha abboccato anche da noi) con una ardita teoria dietrologica, a cui veniva contrapposta una ossessiva richiesta di prove giudiziarie individuali che avrebbe dato un ruolo politico a chi invece ha fornito e ora incontrovertibilmente continua a fornire supporto e protezione ai “santi guerrieri” di Bin Laden.
Questa la situazione fotografata allo stato attuale, che costringerà le parti a ridefinire le loro strategie. In questi giorni cominciano a delinearsi i primi timidi orientamenti, che ridisegneranno lo scenario di riferimento. Ecco perché soprattutto quanto ci si indovina bisogna fermarsi un giro a pensare. Bisogna comprendere come sono mutati gli schemi su cui ragionare. Continuare a utilizzare quelli che hanno consentito previsioni corrette, può essere causa di futuri madornali errori, se gli “eventi previsti” hanno radicalmente mutato il quadro di riferimento.

Giorgio Prinzi
 

 

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Martedì 23 luglio 2002

Dietro alla profanazione delle tombe israelitiche
di Giorgio Prinzi


 

Nelle indagini sulla profanazione delle tombe israelitiche al cimitero del Verano gli inquirenti si stanno muovendo su più piste, notevolmente diversificate. Un approccio prudente e professionale in quanto, in passato, un certo numero di casi, anche eclatanti sotto il profilo della risonanza di cronaca, hanno finito con il rimanere insoluti anche, se non principalmente, per avere privilegiato una pista, omettendo indagini a tutto campo. Noi, sia come giornalisti che come analisti, abbiamo un compito diverso dagli inquirenti. Non dobbiamo provare la colpevolezza di una o più persone fisiche in maniera certa e inconfutabile; dobbiamo solo delineare scenari possibili e discutere di essi in base alla loro probabilità. Non dobbiamo individuare colpevoli, ma fattori di rischio potenziale, possibilmente associando ad essi un certo valore di probabilità.

Sotto questo profilo, tra le tre principali piste investigate seguite dagli inquirenti quella delle estorsioni ci sembra, sia pure sempre possibile, la meno probabile. Il delinquente organizzato, soprattutto in questo campo, cerca di evitare clamore intorno alla sua attività. Atti intimidatori di questa portata sono suicidi. Solo degli sprovveduti o degli improvvisati avrebbero compiuto a fini estorsivi un atto tanto clamoroso, ma, qualora effettivamente si tratti di estorsori sprovveduti e improvvisati, è probabile che vengano presto individuati e neutralizzati, chiudendo definitivamente la vicenda. Più probabile appare la pista dell’eversione di destra, perché atti di questo genere rientrano nel suo modus operandi e sono stati posti anche di recente in essere, sia pure non in Italia. Mancano tuttavia i segni tipici che accompagnano le gesta della destra antisemita, quali simboli e scritte ideologiche. Quella probabilmente preesistente e senza riferimento univoco, ripresa all’esterno e pubblicata da un quotidiano, ovviamente non è probante. 

L’estremista di destra è in genere individualista ed autoreferente e non si cura del consenso sociale, anzi lo sfida, in quanto si ritiene un essere superiore, interprete di dottrine etiche assolute. Tutto questo contrasta, almeno sotto il profilo psicologico, con la mancanza di esplicita e inequivocabile rivendicazione nel perimetro del misfatto, quali scritte tipiche o croci celtiche. La mancanza di rivendicazione, o la sua tardiva e a volte equivoca formulazione, ha di recente caratterizzato azioni attribuibili all’eversione di sinistra, più specificatamente ad un ambito in cui le motivazioni non appaiono subito evidenti e la coincidenza con eventi che potrebbero fare pensare a ritorsioni del radicalismo islamico non è certa e inconfutabile. Il modus operandi tipico di gruppi indigeni ci ha fatto più volte ipotizzare che questi agissero per conto della “parte offesa”. Abbiamo ritenuto di trovare conferma di questa tesi in una frase della rivendicazione dell’omicidio di Marco Biagi, che sembra teorizzi una sorta di privativa giurisdizionale per le azioni di terrorismo.

Vi è un’altro aspetto da tenere in considerazione. La strategia che ispira le azioni di “al Queda” non è del tutto inquadrabile in quelle del terrorismo classico. Le sue finalità sono, a nostro avviso, dirette alla creazione di un’invalicabile cortina che sigilli e preservi da qualsivoglia contaminazione esterna la civilizzazione islamica, soprattutto le sue forme più medioevaleggianti, sulle quali si fonda il potere di di ristretti gruppi attraverso il controllo delle coscienze delle masse. Per questo già nel 1999 nell’ambito della rivista “Società Globale”, progenitrice del Centro “Global Security”, avevamo previsto l’eclatante gesto efferato che provocasse forti sentimenti antislamici. Da questo nasceva la forte convinzione, più volte esplicitata anche dalle colonne de “L’opinione delle Libertà”, che i simboli più a rischio fossero quelli della religione cattolica, particolarmente esposti in un periodo di grande partecipazione emotiva quale il Giubileo. Intercettazioni tardivamente interpretate, rese note in questi giorni, testimoniano che l’ordine in senso contrario venne dato a luglio dello scorso anno in attesa di un’ancora più eclatante e non definita azione. 

La gran parte degli analisti concorda che il riferimento fosse all’attacco alle Torri Gemelle e sul fatto che il rischio torni a riproporsi dopo il fallimento di quell’attentato rivendicato solo dopo la sconfitta sul campo dei talebani, e – non dimentichiamolo – addirittura disconosciuto dallo stesso bin Laden, che comunque ringraziava Allah, quando l’azione militare occidentale era ancora in forse o comunque al Queda riteneva che l’Afghanistan fosse un “santuario” militarmente inviolabile. La nostra tesi era ed è quella dell’attacco all’esterno per fini di potere interno. Gli Stati Uniti sono stati scelti come bersaglio alternativo a quello del Vaticano, perché, a nostro avviso, da loro sarebbe certamente venuta una reazione militare da strumentalizzare a fini interni, mentre una anche più grave strage di fedeli in Piazza San Pietro non avrebbe dato la certezza di una reazione militare e questo avrebbe tolto credito alla tesi dell’azione perversa e strumentale, addirittura organizzata dalle stesse vittime, per giustificare un ingiusto attacco all’Islam, come qualcuno aveva cominciato a sostenere all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle. 

L’Occidente, oltre che infedele, deve potere venire dipinto come satanico e ingiustamente aggressivo, tale da scoraggiare qualunque fedele islamico ad avere contatti con esso o, peggio, subirne il fascino. La rivendicazione esplicita da parte di al Qaeda è, infatti, avvenuta quando la sconfitta sul terreno appariva ormai inevitabile ed ampia e, soprattutto, diveniva necessario risollevare il morale dei militanti con la rivendicazione di un successo in grado di esaltarli e rincuorarli. Non dimentichiamo che, in un video diffuso in precedenza, quando la situazione sul campo non era altrettanto netta, bin Laden ebbe un attimo di esitazione, fece solo una parziale ed equivoca ammissione, quasi fosse ancora indeciso e in dubbio se cambiare o meno tattica sulla rivendicazione dell’attentato alle Torri Gemelle. Dopo il fallimento militare sul campo e la caduta della roccaforte afghana ritenuta inespugnabile e tomba per chiunque avesse tentato di conquistarla, l’alternativa per al Qaeda è stata quella di andare in sonno o rivedere piani e strategie. Ha scelto questa seconda opzione, se si deve dare credito agli annunzi di nuovi attacchi all’Occidente. 

È probabile a tal punto che vi sia stata anche una ridefinizione degli obiettivi e delle tattiche, privilegiando quelli con connotazione religiosa, ma evitandone la rivendicazione in modo da strumentalizzare la reazione, che prima o dopo ci sarà magari solo sul piano politico, come un ingiusto e calunnioso attacco da parte dell’Occidente, inteso anche nelle sue varie connotazioni religiose oltre che politiche e culturali, all’Islam, inteso come religione e come civilizzazione. Sembra questa la tattica messa in atto nell’incidente/attentato alla Sinagoga di Djerba. Se questa analisi è corretta, e se, come asserisce Amos Luzzatto, vi è una razionalità, sia pure perversa, dietro questo grave episodio, dovremo assistere ad un crescendo di atti simili, prima contro simboli israeliti, poi contro simboli cristiani, cattolici in particolare, come farebbe ritenere il deliberato coinvolgimento dei Custodi della Basilica della Natività e, indirettamente della Chiesa Cattolica, che ora può venire accusata agli occhi dei più sprovveduti e bigotti come “pacifista” solo a parole, di fatto schierata con la politica dell’Occidente, accondiscendente verso Israele. 

E la costante di questi atti sarà presumibilmente la mancanza di rivendicazione, in modo che, al loro ripetersi, possano venire levate accuse contro i tradizionali gruppi antisemiti indigeni e magari contro i servizi occidentali e gli stessi israeliti - come ricordavamo già avvenuto all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle - di strumentali messe in scena giustificare l’ostilità nei confronti dell’Islam. Si ha l’impressione che, dopo il primo violento trauma per la profanazione, vi sia una generalizzata tendenza ad abbassare i toni. Non si tratta del solito “politicamente corretto”, ma della preoccupazione reale di non innescare sentimenti antislamici, facendo il gioco che noi stessi supponiamo di chi possa stare dietro a questi atti. È pur vero, però, che se la nostra analisi è corretta, questi episodi si riproporranno e, allora, bisognerà cambiare atteggiamento nel modo di porre la questione all’opinione pubblica. 

Il radicalismo islamico che semina violenza e terrore è nemico in primo luogo della sua stessa gente. Se siamo convinti di questo, il miglior modo per combatterlo e vincerlo è fare comprendere questo proprio alla gente dell’Islam, in particolare a quanti vivono e tendono a integrarsi nelle nostre società. Inoltre, se parleremo senza complessi e da subito alle nostre opinioni pubbliche, riusciremo ad evitare, se il fenomeno si radicalizzerà, quella probabile incontrollata e incontrollabile reazione antislamica che noi riteniamo essere nei piani di al Qaeda, in quanto da essa ritenuto mezzo idoneo a portare a quello scontro tra civilizzazioni, che consentirebbe alla oligarchia integralista al potere di perpetuare condizioni da medioevo nelle regioni sotto il suo dominio.

Giorgio Prinzi
Direttore del Centro di Studi per la Pace nel Progresso “Global Security”

 

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