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Giovedi, 3 Aprile 2004

 

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spacerEssere freddi contro il terrorismo
di Giorgio Prinzi

La forte emotività innescata dagli atti di terrorismo rischia di provocare, come ulteriore effetto collaterale, un calo di razionalità nell’analizzarli e nel cercare di interpretarne la logica che li ispira e le recondite, spesso non dichiarate e non rivendicate, reali finalità. Si è concordi sul fatto che gli attentati di Madrid abbiano stravolto i risultati della contingente consultazione elettorale spagnola, ma sinora nessuno si è in maniera analitica soffermato su cosa ciò effettivamente significhi. In primo luogo, questo presuppone una strategia fredda e raffinata, pianificata nei dettagli in una visione a lungo termine, a cominciare dall’amplificazione dell’effetto psicologico finalizzato allo stravolgimento del presumibile non turbato risultato elettorale.

Si è attribuito il responso del voto al fatto che il governo spagnolo uscente abbia enfatizzato la pista interna ed intenzionalmente trascurato quella “esterna” del terrorismo di matrice islamica. Già, ma è stato un errore intenzionale del governo spagnolo o esso vi è stato abilmente indotto? Da mesi l’Eta, che poi si è chiamata fuori quasi con atteggiamento da immeritatamente offesa, andava minacciando attentati sanguinosi, sconsigliando viaggi in Spagna. Questi “consigli” sono noti, perché ampiamente divulgati dagli organi d’informazione italiani.

Non risulta che l’Eta abbia mai smentito questi “avvertimenti”, che hanno contribuito ad innalzare nei suoi confronti il livello di guardia e di sospetto. Si dirà che un’organizzazione terroristica non è tenuta a confermare o smentire alla stregua di un ente legale e legalmente costituito. Verissimo, però quanti (molti anche in Italia) hanno accusato il Governo spagnolo uscente di avere strumentalmente privilegiato la pista interna avrebbero dovuto essere meno dimentichi della cosa, sempre che non sia stata proprio questa dimenticanza uno strumentale calcolo elettorale.

Si dirà ancora, ma c’è subito stata una rivendicazione non tenuta in debito conto. È vero, ma a farla era stato un fantomatico gruppo, noto per sciacallaggio rivendicativo, che con la stessa sigla aveva sostenuto di avere causato con un attentato il recente disastro aereo di Sharm el Sheik. In questo quadro il ritrovamento del furgone, corpo del reato, con alcuni detonatori e incisioni foniche di versetti del Corano aveva tutta l’aria di essere un ulteriore depistaggio, e forse lo è stato, ma nel senso di convincere sempre più che la pista islamica fosse una falsa pista o un intenzionale depistaggio.

 La svolta è venuta dopo che grazie alla mancata detonazione di uno degli ordigni, dovuto ad un errore che ha dell’incredibile e che lascia adito al dubbio che addirittura possa essere stato intenzionale proprio per portare rapidamente (prima del voto) gli inquirenti, con prove certe ed inequivocabili, di fronte ad un colpevole islamico, si è risaliti ad uno degli autori e, attraverso questi, ad altri presunti colpevoli, che ora cominciano persino ad essere numericamente troppi per quel tipo di azione. Il premier spagnolo uscito a sorpresa dal voto del 14 marzo si trova ora a dovere fare i conti con quella vittoria e con i condizionamenti che l’hanno determinata.

La prima a presentare il conto è stata proprio l’Eta, ma avendo ufficialmente ripudiato non solo quegli attentati, ma la stessa loro portata ed efferatezza è stata liquidata con una sorta di “ragazzini lasciateci lavorare”, come può loro essere suonata la ferma affermazione di José Zapatero “Con il terrorismo non si tratta”, nettamente stridente con le manifestazioni della sua parte politica, volte a cogliere l’emotività del momento per mettere sotto accusa la politica estera del governo Aznar e, di fatto, cedere al contingente atto terroristico riconoscendone ed esaudendone le motivazioni, sino ad ipotizzare un disimpegno spagnolo dall’Iraq.

Ora, superata l’onda emotiva, Zapatero si trova in un vicolo cieco da cui non è possibile uscire senza scontrarsi frontalmente con uno o più attori determinanti per il suo successo elettorale: gli elettori che lo hanno votato, il terrorismo islamico che potrebbe presentargli un conto salato di fronte a non gradite decisioni, il terrorismo basco che non può accettare di venire messo in disparte a causa dell’intraprendenza di quello esterno. Queste contraddizioni cominciano già ad emergere. La Spagna che intende ritirarsi dall’Iraq dichiara di volere rafforzare la sua presenza in Afghanistan, quasi a controbilanciare il suo disimpegno da un lato con un maggiore impegno dall’altro.

Imbarazzante, anche per un piccolo ritardo che ha dato la stura ad illazioni e polemiche, la partenza di un’aliquota logistica (circa 160 unità) di supporto al contingente spagnolo già impegnato in Iraq. Gli attentati di Madrid rischiano, alla lunga, di rivelarsi un successo fugace sia per chi li ha messi in atto, sia per chi ne ha ricevuto un indiretto vantaggio politico sotto la spinta emotiva. Il prenderne atto e maturarne l’ammaestramento, potrebbe forse rendere più maturi e razionali quanti in Italia hanno inneggiato alle dichiarazioni a caldo di Zapatero, evitandoci magari un omologo “11 giugno” da parte di qualcuno che possa pensare ripetibile in Italia il condizionamento terroristico in chiave elettorale. Spagna ed Italia presentano molte analogie, ma anche molte e fondamentali differenze, forse proprio a cominciare dalle diverse reazioni delle rispettive opinioni pubbliche.

Giorgio Prinzi
www.giorgioprinzi.it

 

 

 

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