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UNA SFIDA PER IL NUOVO GOVERNO

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 13 giugno 2001


I primi cento giorni del nuovo Governo Berlusconi dovranno significativamente venire impiegati a “mettere pezze e rattoppi” sui numerosi strappi lasciati dai precedenti Governi di centrosinistra. Il primo “rattoppo” è stato fatto, proprio nella seduta inaugurale, con il ripristinare gli abrogati ministeri della Sanità e delle Comunicazioni, dei quali il governo promotore della “riforma” si era guardato bene del privarsi.

Forse però l’operazione di “chirurgia ricostruttiva” più difficile ed impegnativa sarà quella in vista del prossimo G-8, un evento del tutto insignificante sul piano dell’influenza reale per quanto riguarda la gestione dei rapporti politici ed economici su scala mondiale, ma cassa di risonanza di eccezionale portata per tutti coloro che in qualche modo intendono mettersi in mostra, comprese le orde di barbari scatenati per cui ogni occasione, da una partita di calcio al G-8, è buona per dimostrare che la razza umana riesce a eccellere in tutto, anche nella bestiale violenta stupidità, in qualche caso forse aiutata da assunzione di bevande alcoliche e/o psicofarmaci.

Il prossimo G-8 di Genova sarà una inutile “fiera delle vanità”, in parte perché come tale concepita dalla precedente maggioranza sempre tutta protesa nella classica ricerca di “un posto al sole”, come se una evanescente immagine virtuale potesse surrogare una inesistente sostanza; in parte perché la sua impostazione non risponde più al reale contesto internazionale venutosi a creare con l’Amministrazione Bush, e ora persino al contesto nazionale dopo il passaggio all’opposizione di chi lo aveva ideato e promosso in termini smaccatamente terzomondisti. L’Italia del centrosinistra, non in grado di competere con i Paesi più progrediti, cercava di guadagnarsi un ruolo guida tra gli indigenti di questa Terra, tra i quali si avviava ad entrare con velocità proporzionale alla sua involuzione sociale ed economica.

La cosiddetta globalizzazione è in realtà una netta divisione in due del mondo: da un lato i Paesi più progrediti, Stati Uniti in testa, che producono ed esportano beni ad elevata innovazione scientifica e tecnologica; dall’altro i Paesi manifatturieri che si sobbarcano le lavorazioni che richiedono manodopera a basso costo, liberando i “primi della classe” delle più umili e proletarie lavorazioni. Dal punto di vista della giustizia distributiva planetaria la globalizzazione non è certo un modello di equità, anche se essa sta in qualche modo contribuendo ad attivare delle attività produttive ed imprenditoriali in aree che, senza la cosiddetta globalizzazione, non avrebbero avuto neppure questo. Ad essere pessimisti, meglio a vederla nell’ottica dell’utopico concetto di eguaglianza, la globalizzazione rappresenta una forma di sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo, una sorta di invalicabile fossato tra Paesi ad alto tenore di vita e Paesi indigenti che con l’apporto della loro manodopera a basso costo contribuiscono a rendere più agiati i benestanti; ad essere realistici, la globalizzazione rappresenta invece il primo stadio di evoluzione delle società economicamente e culturalmente arretrate nel lungo cammino di più generazioni alla rincorsa degli standard, ancor prima che di agiatezza, di conoscenze e di capacità dei Paesi più progrediti.

La questione purtroppo è per l’Italia solo motivo di divisione ideologica, senza implicazione pratica alcuna, anzi con il fuorviante risultato di non prestare la debita attenzione ai reali termini in ottica nazionale. L’Italia è l’ultimo dei Paesi progrediti, quello che spende meno in ricerca teorica ed applicata, che pertanto si trova a essere fuori mercato sia nel campo dell’innovazione e delle produzioni di avanguardia, sia in quelle delle piccole manifatture, sinora l’ossatura portante della nostra economia reale, che si stanno trasferendo nelle aree dove la manodopera costa meno e, grazie anche ai benefici (per loro) effetti collaterali della globalizzazione, la qualità dei prodotti comincia ad essere competitiva anche con la tradizionale creatività italiana. Il rischio non è quello di finire tra i Paesi questa volta effettivamente in via di sviluppo, ma nel baratro del fossato che divide le due odierne realtà del mondo non essendo in grado di competere ne con gli uni, ne con gli altri.

Il cosiddetto popolo di Seattle, almeno quello nostrano, dovrebbe fare quadrato intorno al Governo Berlusconi e alla maggioranza di centrodestra proprio evitare questo rischio, connesso al cosiddetto fenomeno della globalizzazione affrontato dai precedenti governi di sinistra in maniera ideologica e di irrealistica posizione intermedia. Purtroppo questo non avverrà e il G-8 di Genova, oltre che una eredità politica da disinnescare si pone anche come un dirompente problema di ordine pubblico.

Che fare al riguardo? La prima cosa ribelliamoci ad una certa strumentale egemonia culturale e usando tutti i mezzi, in primo luogo la stampa, rendiamo edotta l’opinione pubblica di cosa sia effettivamente la globalizzazione e quali rischi specifici corre l’Italia se persevera in questo utopistico e irrealistico approccio al problema. Poi si affronti il problema come un effettivo problema di ordine pubblico. Il confronto delle idee e il diritto a manifestare in maniera libera la propria opinione non hanno nulla in comune con la gratuita e animalesca violenza, che cerca tutte le occasioni e le giustificazioni per scatenarsi. Venga redatto e reso noto un manuale di misure di contrasto a tutte le forme di violenza catalogabili. Si dia esso forza di legge facendolo approvare in Parlamento. Poi, dopo averlo reso con ogni mezzo noto, si abbia la determinazione di applicarlo, anche a costo di fare legittimo uso delle armi. In tal caso, documentare ogni atto per evitare ulteriori strumentalizzazioni. Ad esempio, se verrà dichiarato legittimo fermare con l’uso delle armi chi stia per lanciare una molotov, sarà meglio lasciargliela lanciare piuttosto che ferirlo senza documentare che l’evento si è verificato proprio in una circostanza del genere.

Genova sarà il banco di prova della tenuta della nuova maggioranza di fronte all’ipotizzabile tentativo di ribaltone mediante pronunciamento della guerriglia urbana. Se sarà guerra, o comunque guerriglia, deve essere chiaro che la risposta sarà appropriata e credibile.

Giorgio Prinzi

 

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G8: EMERGENZA ORDINE PUBBLICO

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 15 giugno 2001


Manca poco più di un mese al temutissimo G-8 di Genova. Si tratta di un tempo breve, ma sufficiente, ad un governo efficiente e ad un ministro che sta già fattivamente seguendo la questione, per non farsi cogliere impreparati. Quello che preoccupa sono i grandi numeri: decine di migliaia di dimostranti, forse un centinaio di migliaia, tra i quali un certo numero di violenti per vocazione e “professione”, per i quali il G-8 è una delle tante occasioni per l’esercizio della “devastazione globalizzata”. Non dobbiamo farci cogliere impreparati, con forze dell’ordine non adeguatamente equipaggiate ed addestrate a fronteggiare questa internazionale dei barbari che rischia di mettere a soqquadro Genova e dintorni. Bisogna dare loro mezzi e ordini adeguati.

Per quanto riguarda i mezzi bisogna pensare a strumenti fortemente dissuasivi, altamente efficaci, ma non letali, invalidanti solo per un tempo necessario e di ragionevole durata. Questi strumenti potrebbero essere aggressivi chimici (liquidi, gas o polveri), tali da potere venire irrorati in tempi rapidi e in grande quantità, qualora, come è prevedibile, divenga necessario fronteggiare masse notevoli di manifestanti aggressive e violente. Questo tipo di strumento invalidante è l’arma migliore per mettere in condizione di non nuocere gruppi numericamente consistenti propensi alla sommossa. Un contenuto numero di elicotteri di “pronto intervento irrorativo” potrebbe sedare senza gravi conseguenze sul nascere disordini dagli esiti imprevedibili.

Per quanto riguarda le forze dell’ordine schierate a tutela di aree o di edifici, le quali potrebbero trovarsi esposte ad aggressione ravvicinata e improvvisa di gruppi di facinorosi, appare opportuno dotarle di mezzi di difesa individuale o di reparto, che garantiscano loro di respingere in maniera adeguata, ma non letale, i potenziali esagitati tra i quali potrebbero trovarsi anche esaltati sotto gli effetti di psicofarmaci o altro. Il munizionamento con proiettili di gomma appare adeguato a questa particolare esigenza. Si tratterà ovviamente di introdurlo, magari con apposita norma di legge, e di approvvigionarlo in tempi brevissimi.

Per le distanze ancora più ravvicinate bisogna pensare a mezzi di ordinanza idonei a inattivare gli artifizi protettivi dei facinorosi con premeditazione, che si corazzano con camere d’aria e si proteggono con caschi da gladiatori. Da un lato si devono dare in dotazione bastoni puntuti con aghi cavi in grado di sgonfiare queste semplici, ma efficienti corazzature, oppure dotati di corte lame affilatissime in grado di squarciarle senza procurare ferite agli aggressori o comunque, nel peggiore dei casi, provocando loro piccole lacerazioni superficiali e non pericolose. Altra arma da distanza ravvicinata potrebbero essere i manganelli elettronici, in grado di rilasciare scariche di piccola intensità, ma di voltaggio tale da dissuadere chiunque dal persistere nell’aggressione a corta distanza.

Si tratta di misure ragionevoli, che consentirebbero di limitare il personale impegnato sul campo, di esporlo il meno possibile tutelandone al massimo l’incolumità, di salvaguardare il patrimonio pubblico e privato di Genova e la già provata economia della città. Probabilmente nel fare ciò sussistono maggiori difficoltà, soprattutto per i tempi ristretti, per l’approvvigionamento dei materiali, che non per l’emanazione delle relative norme di legge da parte dei due rami del Parlamento.

Un’ultima accortezza dovrebbe essere quella di documentare in maniera inequivocabile ogni azione e ogni intervento. L’opinione pubblica non condivide le azioni devastatrici di facinorosi per cui ogni occasione, in particolare se formalmente nobile e strumentalizzabile per suoi presunti aspetti ideali, è buona per scatenare represse furie devastatrici. Se l’opposizione, soprattutto la più estrema, vorrà schierarsi a difesa dei facinorosi, non potremo a tal punto che ringraziarla per l’ulteriore sostegno che vorrà darci con il suo autolesionismo.

Giorgio Prinzi

 

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LA DITTATURA DI TEPPAGLIA GLOBALE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 19 giugno 2001


La richiesta di Fausto Bertinotti di annullare lo svolgimento del prossimo G-8 di Genova è sintomatica della difficoltà che hanno i sostenitori del cosiddetto “popolo di Seattle” a gestire politicamente la violenza devastatrice della “teppaglia globalizzata”, che dopo i fatti di Goeteborg ha definitivamente perso ogni residuale credibilità di movimento portatore di qualche idea positiva e costruttiva.

I recenti gratuiti eccessi a cui “teppaglia globale” si è abbandonata a Goeteborg hanno fatto infatti nascere anche nei più tolleranti e comprensivi la convinzione che è giunto il momento di porre fine a queste intemperanze, che non sono giustificabili da nessuna razionale motivazione o convinzione. È un problema di ordine pubblico mondiale, a cui dare risposta configurando, se il caso, una nuova fattispecie di reato internazionale perseguibile da un apposito Tribunale che giudichi i “crimini di guerriglia”.

Questo non vuol dire che non si debba ricercare un estremo tentativo di dialogo, ma è bene non farsi illusioni perché “teppaglia globale” ha dimostrato di capire esclusivamente la logica della violenza contro la violenza ed è rientrata nei ranghi della lecita – e universalmente garantita, nei Paesi democratici – manifestazione del dissenso, solo dopo gravi incidenti, ai quali ha fatto seguito la minaccia delle Autorità svedesi di sedare ulteriori disordini aprendo il fuoco sui dimostranti. Probabilmente la proposta di Bertinotti nasce anche dalla convinzione che eventuali drastiche ed efficaci misure per evitare che Genova e dintorni vengano devastati da “teppaglia globale” in occasione del prossimo G-8 troverebbero ampio consenso nell’opinione pubblica italiana, rafforzando il Governo Berlusconi invece di indebolirlo, come qualcuno potrebbe avere pensato lasciandogli in gestione una situazione esplosiva in un contesto tutt’altro che favorevole.

Il nostro non è un appello alla linea dura, ma solo alla fermezza, che è perfettamente conciliabile con la ricerca del dialogo. Infatti, le esplicite aperture del Ministro Ruggiero e quelle più blande del Presidente Berlusconi non sono affatto un segno di debolezza e non sono apparse neppure tali a un dichiarato sostenitore del cosiddetto “popolo di Seattle” (sarebbe però ora di finirla di chiamarlo con questo termine nobilitante), qual’è Bertinotti, altrimenti avrebbe strumentalmente colto al volo l’occasione di dialogo, invece di chiedere l’annullamento di una manifestazione che potrebbero segnare l’inizio del rapido declino di un movimento “rivoluzionario” tanto caro a chi, come lui, considera un male da estirpare le società liberali in politica e in economia. Come ha ricordato il Presidente Berlusconi, le richieste che “teppaglia globale” potrebbe avanzare in un civile e democratico confronto non sarebbero dissimili da quelle che i partecipanti al G-8 si sforzano di attuare in maniera fattuale e concreta. Rendere esplicito questo, accettando un confronto su proposte concrete, sarebbe devastante per il movimento, che verrebbe privato di ogni parvenza di giustificazione propagandistica conclamata al fine di abbandonarsi alla sua ricorrente devastante gratuita violenza. Ancora peggio sarebbe non rispondere alle profferte di dialogo e scatenare la guerriglia urbana globale, come se niente fosse stato. In questo caso il Governo Berlusconi ne potrebbe uscire indebolito solo non dimostrandosi sufficientemente determinato a reprimere quegli ormai universalmente condannati atti di teppismo, tanto stupidi e irrazionali da lasciare pensare anche a un diffuso ricorso a psicofarmaci, tanto così per andare un po di sballo.

È per questo che mentre plaudiamo ad un esecutivo che dimostra di avere i nervi saldissimi, che si dimostra aperto al dialogo e al confronto quando pure la diretta esperienza negativa da poco vissuta avrebbe potuto portare a reazioni emotive, esortiamo altresì a non abbassare la guardia e a prendere le possibili misure atte ad evitare che Genova riviva le giornate di Goeteborg. Sul tema specifico delle misure concrete torneremo nei prossimi giorni. Come dire: se vuoi un G-8 pacifico, prepara una efficace controguerriglia.

Giorgio Prinzi

 

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TEPPAGLIE DI TUTTO IL MONDO UNITEVI

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

                                                Venerdì 22 giugno 2001     


Il clamore intorno le preoccupazioni per quanto potrebbe avvenire in occasione del prossimo G-8 di Genova sta mettendo in evidenza degli aspetti interessanti, peraltro altrimenti difficili da immaginare. Paladini e difensori più infervorati di coloro che stanno organizzandosi per contestare l’assise internazionale sono, almeno in Italia, il Partito della Rifondazione Comunista (Prc) e varie formazioni estremiste di sinistra, quali i Verdi e i cosiddetti “centri sociali”. Sconcertanti le dichiarazioni di Gigi Malabarba, Capogruppo dei senatori di Prc, secondo cui il G-8 è privo di legittimità perché non votato da nessuno. Verrebbe quasi da chiedergli, ma la teppaglia mondiale e globale che si raduna violenta e devastatrice da quale mandato elettorale trae legittimità, per pretendere di imporre la propria visione, sempre ammesso che ne abbia una oltre quella della violenza fine a se stessa? Le Conferenze internazionali, più in generale quelle regionali a numerose delle quali l’Italia ha aderito ed aderisce, traggono legittimità da quella dei Rappresentanti dei singoli Stati partecipanti, nel caso del G-8 tutti, Russia compresa, democraticamente eletti secondo le regole costituzionali dei singoli Paesi. Quale legittimità ha la “teppaglia globale” di Göteborg se non quella dell’autoreferente violenza in qualche caso persino criminale?

Eventuali decisioni o trattati internazionalmente sottoscritti da Conferenze internazionali, quali il G-8, avrebbero valore solo dopo la ratifica dei rispettivi parlamenti. Quale organo giurisdizionale democratico ha mai approvato la furia devastatrice di teppaglia globale? Forse è un aspetto marginale di fronte a una eventuale investitura di Osama bin Ladin o della nuova internazionale (comunismo globale) marxisto-ecologista? O forse ancora è Greenpeace l’autorità fondante della politica mondiale?

L’unica cosa di globale e di imposto con la violenza devastatrice è, al contrario, la lotta alle società liberali per continuare a sognare il mito comunista che, laddove ancora al potere come nella Cina continentale, è negatore persino dei più elementari diritti umani, non solo dei principi della democrazia, per non parlare poi di quelli liberali in politica e in economia. È questa nostra società, a cui dopo il crollo di quella che fu l’Unione Sovietica, tende nuovamente la stessa Russia, che dobbiamo difendere come quanto di più caro e di pragmaticamente migliore che le società umane abbiano saputo produrre. Se la democrazia e le libertà si perdono, occorreranno decenni per solo tornare a pensare e riformularle e riedificarle. La storia, anche la nostra italiana più recente, ce lo insegna.

Sono perfettamente d’accordo e plaudo ai tentativi che sta facendo l’attuale Governo, che peraltro ha ereditato da L’Ulivo la gestione contingente, di ricercare un colloquio con l’eventuale parte non violenta del cosiddetto movimento antiglobalizzazione, nel quale peraltro potrei sotto molti aspetti riconoscermi se fosse effettivamente un movimento propositivo e di idee democratiche ancor prima che liberali; mi oppongo invece con tutte le mie forze a una schizofrenica politica, come richiesto da vari esponenti ecologisto-comunisti, per cui lo Stato, che si sta preparando a fronteggiare un’emergenza potenzialmente esplosiva e catastrofica, dovrebbe al tempo stesso finanziarla e favorirla con cospicui finanziamenti e aiuti organizzativi. Al contrario è necessario impedire ogni supporto logistico in città, nei dintorni, negli afflussi. Che idea balzana è mai quella di proporre un dibattito sul simultaneo disarmo di dimostranti e polizia. I dimostranti armati sono criminali da perseguire, non soggetti per un confronto paritetico. La rivoluzione comunista che in centinaia di migliaia al mondo (e per il G-8 a Genova) continuano a sognare è, per la stragrande maggioranza dell’umanità, un’aggressione ai più elementari Diritti e alla Persona.  È questo che dobbiamo difendere, con convinzione e con fermezza, ma anche con l’auspicio di non doverlo mai fare con le armi, soprattutto con armi letali. Per evitare questi rischi conta più la fermezza nella prevenzione che la durezza nella repressione. Teniamo teppaglia globale il più possibile lontano da Genova, in quei giorni.

Giorgio Prinzi

 

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NUOVE TECNICHE ANTISOMMOSSA

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 24 luglio 2001


La devastazione di Genova ad opera di “idealisti” pacifici e democratici lascia insoluto il problema dell’ordine pubblico di fronte a un fenomeno per contrastare il quale devono venire elaborati nuovi schemi operativi e di impiego delle Forze dell’Ordine.

In realtà le tecniche di guerriglia urbana messe in atto a Genova da questi santi martiri del “pio ordine dei devastatori” non sono ne nuove ne originali. Le incursioni a colpi di molotov degli autonomi che si staccavano dal corteo principale per poi tornare a trovare in esso rifugio e protezione sono la costante della cronaca di quelli che si avviavano a diventare gli “anni di piombo”. Nel caso contingente, auspichiamo che le indagini chiariscano in maniera inequivocabile se vi siano stati, o meno, complicità e reciproco funzionale “gioco delle parti” tra le diverse componenti; in ogni caso non si può negare una pesante responsabilità morale di chi, solo anche per semplice ingenuità, ha finito con il fornire asilo e protezione agli incursori violenti in ritirata o in fuga davanti alle Forze dell’Ordine.

Ed è proprio quello delle tradizionali “cariche di polizia” che mi sembra il primo schema operativo da dovere riconsiderare. La dissuasione non dovrà più avvenire per contatto diretto, ma a distanza, sia pure con mezzi invalidanti, ma non letali. A mio avviso, piccoli presidi di tiratori opportunamente appostati con armamento atto a sparare proiettili di gomma o plastica sarebbero stati più efficaci - forse avrebbero anche richiesto il dispiegamento di un minore numero di uomini - degli affardellati reparti all’inseguimento di teppisti ormai liberi di correre perché alleggeriti del loro devastante armamentario. Nei casi più gravi, come il lancio di molotov, dovrebbe essere previsto l’uso anche di armi letali.

Sarebbe a mio avviso opportuno l’impiego degli elicotteri con finalità operative diverse da quelle della semplice osservazione, ad esempio per tempestivamente effettuare lanci di granate lacrimogene o di altri più confacenti aggressivi che la chimica offre. Nel caso dell’impiego contro le teppaglie più violente si potrebbe pensare ad alcuni “blandi” aggressivi in uso nelle esercitazioni militari, che comunque sono in grado di creare fastidiosi effetti in special modo se in presenza di sudorazione.

Bisogna poi responsabilizzare gli organizzatori di quelle manifestazioni che finiscono col fornire copertura ai violenti in fuga o in ritirata. L’autorizzazione a manifestare dovrebbe essere condizionata all’adozione di opportune misure di servizio d’ordine in grado di evitare che i “pacifici” facciano da copertura alla teppaglia, la quale dovrebbe venire, sotto la loro diretta responsabilità respinta, o catturata e consegnata alle Forze dell’Ordine. Una cauzione graduata al potenziale pericolo di degenerazione delle “pacifiche” manifestazioni dovrebbe contribuire a responsabilizzare in solido gli organizzatori.

In un più ampio contesto della peraltro sperimentata privatizzazione dei servizi di polizia si potrebbe pensare, nei casi più onerosi per impiego di uomini e a maggior rischio per la vastità dell’area e degli obiettivi da salvaguardare, di ampliare il numero dei presidi finalizzati a difesa di punti sensibili, quali distributori di benzina o esercizi commerciali simbolo, con poliziotti volontari, ad esempio tratti dalle Associazioni d’Arma e di Riservisti, inquadrati da personale istituzionale, che ne avrebbe il comando e la responsabilità. D’altronde è una richiesta manifestatasi in maniera spontanea e estemporanea tra gli stessi cittadini di Genova che un bel momento hanno cominciato ad esternare i loro sentimenti nei confronti di quei “paladini dell’umanità” che, per salvare il mondo, stavano devastando la città, lanciando loro dei fiori; … e lo facevano con tanto emotivo trasporto da dimenticarsi di staccarli dai vasi.

Una piccola digressione vogliamo farla nei confronti di Enrico Mentana per chiedergli se non si sente in qualche modo responsabile per avere esacerbato gli animi con l’eccessiva focalizzazione della cronaca giornalistica su un episodio, che una più esauriente documentazione porta ora a vedere in altra e diversa luce. Anche per questo vedremmo ora con piacere che a quel povero ragazzo ventenne che, in pericolo di venire barbaramente linciato insieme ai suoi commilitoni da novelli “san Francesco” si è disperatamente attaccato alla vita sparando, venisse ora in qualche modo risarcito, magari con una qualche forma di riconoscimento che lo ripaghi del trauma per il tragico episodio da lui vissuto e per la successiva criminalizzazione subita, anche a causa della enfatizzazione giornalistica, forse eccessiva, data al tragico episodio. L’occasione per lui e per i suoi commilitoni in senso lato, potrebbero essere le prossime Feste di Arma o di Corpo dove già tradizionalmente tali riconoscimenti vengono solennemente conferiti per episodi avvenuti nel corso dell’anno.

Giorgio Prinzi

 

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IL PERICOLO DI RADICALIZZAZIONE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 7 AGOSTO 2001


Se nel frangente contingente c’è un incarico spinoso e delicato, di quelli che neppure il più ambizioso e cinico riuscirebbe attualmente a desiderare e ad invidiare, questo è quello di ministro degli Interni. Senza dubbio in un Paese liberale qualsiavoglia forma di “intraprendenza” o di “esuberanza” delle Forze di Polizia sono intollerabili. Di contro, gli agenti di Polizia sono degli uomini, con i loro sentimenti, con le loro emozioni, con le loro paure e con le loro esasperazioni, che non possono venire ignorate soprattutto se in relazione a fatti contingenti, violenti e drammatici. Dentro le uniformi vi sono Individui che, se toccati nell’intimo di sentimenti forti di solidarietà e di amicizia rafforzati da quello che si chiama “spirito di corpo”, possono reagire da Persone, non da “macchine” razionalmente giuridiche. È stato il senso del mio appello all’opposizione (martedì 31 luglio) a non spingersi oltre nella radicalizzazione di un clima in cui si prefigurano molti degli “indicatori” della cosiddetta “fase di insorgenza”, da cui potrebbe scaturire una qualche forma insurrezionale o di guerra civile.

L’opposizione forse si illude di poter correre l’avventura di uno scenario di tensioni che prefigurino una contrapposizione violenta, senza tuttavia spingersi sino alla contrapposizione armata tra parti in lotta nell’ambito di un medesimo territorio su cui entrambi stanziano in pienezza di diritto. In parole brutali, spazzare via il Governo Berlusconi con un crescendo di disordini e violenze politiche, con il non dichiarato, ma presumibile, disegno di mettere in crisi l’attuale maggioranza ponendola di fronte al dilemma se imporre con la forza il rispetto dell’ordine pubblico – azione già etichettata di destra, e possibile solo con una maggioranza quale l’attuale – o subire la violenza politica delle frange delle sinistre ecomarxiste estreme sino a sgretolarsi sotto i colpi di maglio di “una, dieci, cento … Genova”.

La realtà del Paese, dalla quale tanti nostalgici e rifondatori sono lontani anni luce, è diversa e “trasversale”. Sono proprio i più diseredati a non comprendere le tematiche dei cosiddetti antiglobalizzatori. Chi deve fare i conti con le proprie ristrettezze è poco disponibile a ulteriori sacrifici, sia pure richiesti in nome di una globale solidarietà. Dove vive certa Alta dirigenza politica, che non riesce a cogliere gli umori della gente, magari ex simpatizzanti o prossimi tali, solo perché non riempie le sezioni in mano ad esagitati e magari gira anche alla larga dai cosiddetti centri sociali, spesso coacervi di diffusa indistinta antisociale asocialità? Pensano davvero che quegli agenti che, in spezzoni di immagini prive dell’antefatto, “ce davano giù de core” fossero tutti inquadrabili in una determinata area politica? Il distacco emotivo con cui il telespettatore, magari tra una bibita ed un’effusione privata, segue la realtà più cruda e violenta può produrre dirompenti e imprevedibili effetti. Senza dubbio una minoranza si è lasciata emotivamente coinvolgere dal “cincischiare” di “Canale 5” su delle immagini, parziali, incomplete e prive del contesto generale da cui scaturivano, che suggerivano l’idea di freddi assassini che pure infierivano, arrecandovi vilipendio, su un manifestante … sì proprio quello! Si stava per prendere la decisione se, proprio per la gravità dei fatti avvenuti, le manifestazioni dell’indomani avrebbero dovuto venire confermate o sospese. I treni speciali annullati per mancanza di partecipanti venivano di colpo superati dalla crescente emotività, che ha pesantemente condizionato in quel frangente le decisioni degli organizzatori e lo svolgimento della giornata successiva.

Si chiedano i più esagitati, se quanto per il concatenarsi di cause e di concause è avvenuto, sia stato effettivamente pagante per loro o, se per caso, non abbiano conseguito l’indesiderato risultato di perdere consenso, almeno tra i più moderati e non organici, e spingere la Forze di Polizia a chiudersi a riccio e fare quadrato, anche con azioni  “esuberanti e intraprendenti”. Fermiamoci tutti un attimo a pensare. La via intrapresa è pericolosa e piena di incognite.

La maggioranza, e in particolare il ministro degli Interni, hanno il difficile compito di lenire le profonde ferite inferte all’organizzazione e al morale degli uomini al servizio del bene comune e, soprattutto, mettersi a tavolino a studiare misure di prevenzione e, se necessario, di repressione, che scongiurino il ripetersi alle prossime scadenze di scenari simili a quelli visti a Genova, se non addirittura peggiori. Immaginate cosa sarebbe successo se i fiori (non recisi dal vaso) avessero fracassato il cranio di qualche manifestante. E non è detto, poi, che la prossima volta siano solo fiori. Qualcuno potrebbe sentirsi indifeso e, di conseguenza, adeguatamente approntarsi in privato, sia singolarmente che in gruppo. Sarebbe la catastrofe che il trito ritornello che si tratterebbe di persone politicamente d’area servirebbe solo ad esasperare ulteriormente.

Giorgio Prinzi

 

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NUOVE TECNICHE ANTI-SOMMOSSA

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 10 agosto 2001


Nella serie di articoli redatti lo scorso giugno avevamo enfatizzato le implicazioni inerenti l’ordine pubblico, connesse a manifestazioni, quali il G-8, che divengono spunto per dare strumentale sfogo a represse furie devastatrici di massa sotto la parvente copertura di giustificazioni ideali, in realtà mere strumentalizzazioni, da taluni fatte per fini teppistici, da altri per fini politici, quale l’illusione di vedere in crisi il Governo Berlusconi alle prese con una crescente, e sempre più difficile da controllare, violenza di piazza. Anche per questo avevamo parlato di “fase di insorgenza” di una ipotetica, ma già delineata, fase insurrezionale.

La linea del dialogo è stata pagante sino alla vigilia (treni speciali di manifestanti annullati) dello svolgimento del consesso internazionale, delle pianificate azioni di guerriglia e degli strascichi di polemiche che ne sono derivati, anche per la strutturale impreparazione delle forze di polizia a fronteggiare con adeguate dotazioni e con confacenti schemi operativi il fenomeno, per molti aspetti del tutto nuovo, compresa la frammistione tra devastatori e “pacifici”, che agli uomini in servizio di ordine pubblico deve essere suonata uno specie di sberleffo. Incapaci di isolare i violenti, che trovavano asilo e protezione nella massa dei cortei, sembrava quasi che questi manifestanti pacifici prendessero per i fondelli le forze di polizia, affardellate nell’inseguimento dei teppisti dalle loro tenute antisomossa, che, quando giungevano in prossimità, si vedevano sfilare sotto il naso i devastatori protetti dalla folla sorridente (ma l’adrenalina la poteva fare apparire “sfottente”) davanti a telecamere che indugiavano su queste idilliache inquadrature.

Sono fermamente da condannare le esuberanze emotive da parte di alcuni (spesso fermati da altri meno emotivi o meno coinvolti colleghi; ma su questo le telecamere si soffermavano meno) di coloro che avevano il compito di mantenere l’ordine pubblico e di garantire la legalità. Se non si tiene conto anche di questo aspetto e si usa una unilaterale e politicizzata severità, l’effetto sarà catastrofico. Per questo abbiamo suggerito da queste pagine (martedì 31 luglio) una soluzione asimmetrica, ma equanime, che consenta di chiudere il passato ereditato da una sinistra postmarxita per lunghi anni al governo, fondando il futuro su basi liberali. Se l’opposizione continuerà a farsi affascinare da richiami rivoluzionari ed insurrezionali, il Governo dovrà avere il coraggio di imporre quanto sarà necessario per salvaguardare la Democrazia e la pacifica convivenza nel nostro Paese. La mia proposta è e vuole essere solo una indicazione  del metodo e della via da seguire, non la soluzione.

Bisogna comunque prepararsi al peggio e a fronteggiare nuovi e più violenti disordini di piazza. Per fare questo bisogna abbandonare la tecnica del contrasto diretto, a vantaggio del contrasto a distanza, magari postulando dalle tecniche militari quella della difesa a caposaldo. A Genova il rapporto di forze era di alcune decine di migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine, presumibilmente anche suddivisi in più turni, contro alcune centinaia di migliaia di dimostranti, tutti potenzialmente pericolosi proprio per le tecniche di guerriglia usate dalla teppaglia violenta che sfruttava la protezione della massa pacifica, che ne diveniva così involontaria complice. Per questo ho proposto che gli organizzatori di future manifestazioni siano obbligati ad assumersi l’onere di un efficiente ed efficace servizio d’ordine privato.

La tecnica a caposaldo che postulo dalle reminiscenze della mia formazione militare consisterebbe nella creazione di postazioni fisse in “punti forti” dominanti “obiettivi sensibili” contro i quali si presume possa scatenarsi la teppaglia devastatrice. Il contrasto dovrebbe avvenire a distanza, con armi non letali, ad esempio con proiettili di gomma o di plastica, senza pregiudizialmente escludere il ricorso ad armi letali, ad esempio in caso di pericolo grave per i cittadini (incendio del condominio residenziale) o per gli operatori di polizia (assalto diretto al presidio).

Come avviene in campo militare il potere di interdizione delle armi non letali potrebbe venire rafforzato da sistemi, ad esempio attivabili da radiocomando, in grado di creare cortine lacrimogene od altro all’approssimarsi o all’entrata in azione delle orde di teppisti devastatori.

Si potrebbero prevedere anche nuclei di “difesa territoriale” affidata a volontari, in particolare a personale delle Associazioni d’Arma e delle Forze di Polizia in congedo, che sotto il comando e la responsabilità di un funzionario in servizio svolgesse le stesse funzioni a difesa di obiettivi meno probabili, ma che, se lasciati indifesi, potrebbero divenire alternativi per la furia devastatrice dei teppisti violenti.

Giorgio Prinzi

 

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MISS AFRICA E LA GLOBALIZZAZIONE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Sabato 8 settembre 2001


Il cosiddetto fenomeno della globalizzazione, inteso come progressivo superamento di qualsivoglia barriera reale o giuridica frapposta tra i popoli e le varie culture, è un dato oggettivo inarrestabile connesso con il progresso delle telecomunicazioni e dei trasporti. Il mondo è diventato un “villaggio globale” non solo perché “internet” collega allo stesso modo e con gli stessi tempi due terminali contigui e due terminali che si trovino agli antipodi, ma anche perché mezzi di trasporto sempre più veloci ed efficienti hanno ridotto i tempi e i costi di percorrenza delle grandi distanze, incrementando gli interscambi di merci e di persone, i travasi di idee e di culture.

Correttamente, pertanto, la teppaglia antiglobalizzazione è stata paragonata ai luddisti, che agli albori della civiltà industriale assaltavano e distruggevano i nascenti opifici, temendo che le macchine avrebbero prodotto crescente disoccupazione. Esse, invece, hanno portato opulenza, consumi e, soprattutto, migliore qualità della vita.

Ancora più calzante mi sembra l’affinità che “teppaglia globale” mostra con i movimenti oscurantisti di epoca medioevale, quali gli stiliti che si ritiravano a vivere appollaiati su una colonna (da cui il nome) o i flagellanti che vedevano nella violenza contro la propria persona una via per la purificazione. La differenza fondamentale tra i movimenti oscurantisti veteromillenaristi e gli attuali consiste nel fatto che i primi rivolgevano la violenza contro se stessi, mentre i neomillenaristi (la fine del mondo prossima ventura per ingiurie all’ambiente, rapina economica del capitalismo e altri “peccati” del genere) la rivolgono verso l’esterno, cose o persone, in particolare se simbolo di autorità, di impresa o commercio, di opulenza.

Nonostante questa teppaglia violenta e devastatrice, peraltro sostenuta da patetici sacerdoti di ideologie che sono anche state tragiche e sanguinarie, il mondo è sempre più globalizzato. Un esempio? Sabato prossimo, con inizio dalle ore 18.00, verrà eletta a Roma presso l’Hotel Capital, in via Carlo Santarelli 96 (Casilino, oltre il raccordo) la prima “Miss Africa in Italia”. Già – dirà qualcuno – li abbiamo culturalmente colonizzati. Niente affatto perché l’iniziativa si inserisce nella attività di una comunità africana molto attiva e coesa, che tende a mantenere vive le tradizioni dei Paesi di origine, coinvolgendo anche noi italiani, quali chi scrive, ad esempio all’annuale Festa, svoltasi domenica 2 settembre, per il raccolto di un gustosissimo tubero, loro alimento tradizionale. È stata anche l’occasione per fare parallelismi tra i diversi folclori, a cominciare dalle affinità tra gli strumenti tipici, quali le percussioni (le “tammuriniate” africane sono molto più robuste e potenti delle nostrane); i flauti (pur realizzato in legno intagliato, quello africano ha un suono che ricorda u “fiscalettu” siciliano); i sonagli di vario genere, che non presentano reali differenziazioni.

Questo aspetto del reciproco scambio culturale o, come recita un loro comunicato stampa «…un contributo dall'Africa di solidarietà, anche per il difficile problema della globalizzazione…», è stato messo in risalto nella conferenza stampa di presentazione della manifestazione. Le differenze tra le diverse etnie e tra i diversi popoli africani sono più marcate, e spesso anche più traumatiche, di quelle tra i singoli Paesi africani e l’Europa nel suo complesso. Le “miss” sfileranno pertanto sia in abbigliamento tipico del loro Paese di origine, per richiamare i valori culturali di origine, sia secondo la foggia europea, in omaggio alla comunità ospitante. Le trentadue ragazze partecipanti si esibiranno inoltre in numeri di arti varie, in base alle personali attitudini.

Questo aspetto di globalizzazione culturale era stato già messo in evidenza in occasione del Triangolare di calcio “Diamo un calcio al razzismo” voluto da Sergio Cragnotti, Presidente della AS “Lazio”, per richiamare la tifoseria più esagitata ad un umano approccio allo sport. Ma alla festa all’Olimpico gli assenti erano proprio gli “ultras”, fatto rimarcato con una certa amarezza. In realtà la violenza sportiva non è solo colpa del calcio, anche se non tutti i dirigenti sportivi tengono nei confronti dei teppisti lo stesso fermo e trasparente atteggiamento di quelli della Lazio. C’è stata e c’è ancora troppa accondiscendenza nei confronti dei violenti, che, a volte anche sotto effetto di psicofarmaci, cercano solo occasione per scatenare istinti repressi, poco importa se sia il calcio o il G8. Semmai i vertici offrono una copertura “ideale”, e soprattutto politica, migliore.

Madrina, simbolo della manifestazione, è stata scelta Jennifer Joyce, un’artista parigina figlia di un afroamericano e di una tedesca, per di più di religione israelitica come gli atleti del Maccabi di Haifa che hanno partecipato al triangolare all’Olimpico.

Promotrice della manifestazione è Marcia Cedoc, una delle ragazze del Cacao Meravigliao di “Indietro Tutta”, cittadina olandese di natali caraibici, ora residente in Italia.

Ideatrice del concorso è la dottoressa Angie Chude, pedagoga e sociologa; realizzatore del progetto è il dottor Alexander Ugo Ojinkeya, imprenditore laureato in scienze economiche. Hanno aderito tutte le rappresentanze diplomatiche africane a Roma ed alcune dovrebbero essere presenti al massimo livello: Tra i personaggi noti, Fidel Banga Bauna, Idris Senah, Amii Stewart, Renzo Arbore e tanti altri.

Nel prezzo simbolico di partecipazione di lire 20.000, è compresa la cena con specialità africane e romanesche. Presentarsi come lettori de “L’opinione delle Libertà”.

Giorgio Prinzi

 

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L’AFRICA E LA GLOBALIZZAZIONE

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 5 ottobre 2001


Abbiamo avuto modo di parlare, come di una svolta culturale e politica importante, del concorso “Miss Africa in Italia”, promosso e sostenuto dalla comunità nigeriana, soprattutto da quella in Roma. Fare sfilare in costume da bagno anche ragazze musulmane va considerata infatti una svolta epocale.

Gli avvenimenti di questi giorni hanno posto in maniera drammatica i rapporti con la cultura islamica più retriva e oltranzista e la cultura occidentale. In una difficilissima posizione gli islamici non fondamentalisti, in particolare quelli laici integrati a pieno nelle nostre società, più in generale tutti gli stranieri che vengono accomunati nella psicosi popolare ai terroristi o ai potenzialmente tali.

Ci è sembrato opportuno parlare di questi argomenti con il dottor Augustine Chigbolu, Presidente per l’Italia del Peoples Democratic Party (Pdp), un imprenditore che ha assunto la cittadinanza italiana e che è sposato con una italiana. Un esempio di perfetta integrazione. Lo assiste il dottor Christian Ezeh, Responsabile Pdp dei rapporti con la stampa.

Presidente Chigbolu, in primo luogo cos’è il Pdp?

Il Peoples Democratic Party è il raggruppamento politico di unità nazionale che, con la sua azione, ha consentito in Nigeria di abbattere la dittatura militare e di instaurare le democrazia. In esso convergono diverse anime e diverse culture politiche, che, con l’affermarsi della democrazia, cominciano a differenziarsi e a dare vita a più tradizionali forze politiche. Il suo prestigio e la sua rappresentatività resta comunque grande e in questa formazione continua a riconoscersi una ampia aliquota dell’elettorato nigeriano.

Il suo Paese è caratterizzato da forti differenziazioni etniche e religiose, che sfociano a volte anche in conflitti interni. Si può dire che la Nigeria rappresenta un modello su scala nazionale di quanto in questi giorni preoccupa il mondo?

Gli integralisti islamici rappresenta un serio problema per la pacifica convivenza tra le varie confessioni. I fondamentalisti non sono soddisfatti di godere della piena libertà religiosa, ma intendono imporla come legge universale. Non riuscendo in tale intento, perché sono minoranza, provocano disordini al fine di destabilizzare la legittima Autorità, sperando in questo modo di guadagnare spazi oramai anacronistici. Questi disordini sfociano spesso in violenze che richiedono l’intervento dell’Esercito, con inevitabile strascico di morti e feriti, di “martiri” che poi vengono strumentalizzati. La situazione è particolarmente grave nel Nord della Nigeria, a maggioranza islamica. I Governatori di quelle Province tentano a più riprese di instaurare la legge islamica, cancellando i Diritti e il rispetto della Persona garantiti dalla nostra Costituzione e dal Governo centrale. La situazione è particolarmente pesante in relazione alla condizione della donna.

Lei mi conferma in un’idea. I fondamentalisti islamici, sia a livello locale che nei confronti delle altre civilizzazioni, stanno tentando di provocare una reazione di chiusura e di intolleranza, che favorisca il loro arroccamento nei territori sotto la loro influenza. La globalizzazione mina la loro cultura e il loro assetto sociale. Cercano di fermarla con la violenza e il terrorismo.Quale risposta si deve dare a questo conservatorismo, che si serve di motivazioni religiose e fa ricorso ad atti efferati quali i recenti attentati?

La questione è complessa e la soluzione lo è altrettanto. Questi atti vanno puniti, se non altro per evitare che si dia ai mandanti una falsa idea di debolezza e di vulnerabilità. Per non fare il gioco di quanti possano essere portati a usare la violenza per creare barriere insormontabili tra le diverse civilizzazioni, la risposta deve essere mirata e diretta, tale da colpire il meno possibile le masse su cui costoro fanno leva. Oltre l’opzione militare, che per quanto le ho detto non può in questo caso prescindere da selettive operazioni terrestri ai “santuari dei terroristi”, penso che possa essere molto efficace colpire questi personaggi nei loro interessi finanziari. La povertà di questi Paesi è dovuta anche all’avidità di ricchi sempre più ricchi, che non esitano a fare ricorso a qualsiasi mezzo, sia pure il più efferato, per perpetuare questa condizione a loro favorevole.

Quello che comunque bisogna assolutamente evitare di fare è di non condurre l’azione intrapresa sino in fondo.

Lei ha fatto riferimento al fenomeno della globalizzazione. Il Presidente Olusegun Obasanjo ha rappresentato la Nigeria al recente G8 di Genova?

Non solo la Nigeria, ma un progetto di unità di tutto il Continente che vede la Nigeria impegnata in prima linea. In Africa comincia a maturare l’idea che non potrà esserci progresso se non saremo in grado di superare le pure enormi differenze oggettive che sono innegabili e porci come interlocutore unitario nei confronti del resto del mondo. Si parla di unità economia e politica; di moneta comune e persino di lingua comune. In questo progetto siamo notevolmente più avanti di quanto possa credersi. Il Presidente Obasanjo rappresentava al G8 questa nuova nascente realtà, non solo la Nigeria. È un aspetto che non siamo riusciti a veicolare attraverso i media, forse distratti dai problemi di ordine pubblico e di sicurezza che l’evento ha comportato.

Mi rivolgo allora al dottor Ezeh. Il concorso di “Miss Africa in Italia” si è svolto in tutt’altro clima, eppure a seguire l’evento siamo stati due soli giornalisti, ed ambedue politici. Oltre me era presente la collega Maria Rosaria Sangiuolo che ha dato un’interpretazione in chiave sociale e culturale consonante con la mia. Perché la stampa, persino la cronaca è stata assente?

L’Ufficio stampa del concorso, affidato a Marcia Sedoc, una delle ragazze del “Cacao meravigliao” di “Indietro tutta”, ha lavorato con meticolosa pignoleria, contattando testate, personalità, personaggi e singoli giornalisti. Anch’io mi sono personalmente impegnato per dare risonanza e visibilità all’evento, che come lei ha rilevato aveva una grande valenza culturale e politica. La risposta che mi sono dato di fronte ai scarsi risultati di un così grande lavoro è che, trattandosi della prima volta, ci sia stata una certa prudenza, in particolare da parte degli organi di informazione, per vedere prima come sarebbe andata a finire. Sono certo che, avendo dimostrato capacità organizzative la prossima volta andrà meglio e avremo maggiore attenzione e, di conseguenza, spazio in cronaca.

Giorgio Prinzi

 

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LA FAO E L’ESEMPIO NIGERIANO

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Martedì 11 giugno 2002


L’Assemblea generale della FAO e il contraltare dei cosiddetti “no global” ripropongono in questi giorni una tematica reale e di difficile soluzione, per la quale la FAO e le Organizzazioni internazionali hanno già mancato gli obiettivi che si erano prefissi. E non sarà certo a dare il contributo finale risolutivo il cosiddetto “Popolo di Seattle”, che sembra finalmente accorgersi – con ritardo, ma finalmente – che la violenza, che ha caratterizzato in crescendo la sua “presenza alternativa”, non paga e si ritorce contro chi, anche se non la tollera e solo la subisce e ne rimane esso stesso coinvolto, magari per incapacità di tenere i violenti fuori e lontano dalle sue dichiarate pacifiche manifestazioni. Comunque vedremo alla fine di questi giorni se la presenza “no global” in occasione di questo o quell’importante evento internazionale potrà cominciare effettivamente a non venire più considerata come una potenziale calamità per la località ospitante. 

Esiste un’alternativa al fallimento delle organizzazioni internazionali nella politica di sviluppo e alla contraddizione in termini dei cosiddetti “no global”, che propugnano essi stessi un’ideologia globale e si ispirano a una strategia sovranazionale? Una risposta in positivo, soffocata dalla cronaca delle violenze di piazza, è venuta, proprio dall’iniziativa italiana del Presidente Silvio Berlusconi, che ha allargato il dialogo ai Paesi emergenti, soprattutto a quelli, quali la Nigeria della riconquistata democrazia con il Olusegun Obasanjo, venuto in rappresentanza di un ambizioso progetto di sviluppo di tutto il Continente africano. Si parla spesso della comunità nigeriana immigrata con un approccio negativo e s’ignora, in genere nella maniera più assoluta, il contributo che altri esponenti della stessa comunità hanno dato e danno al progresso politico, culturale e sociale, oltre che della Nigeria, di tutto il Continente africano. 

Fondamentale è stato il ruolo degli “intellettuali” (tra virgolette perché non sono tali nella comune accezione del termine, annoverando in prevalenza tecnici ed imprenditori) nigeriani residenti in Italia e in Europa, che si sono battuti per riconquistare alla democrazia un ricchissimo Paese, la Nigeria, ridotto allo stremo da anni di dittatura militare. Per quanto riguarda l’Italia (ma ci sono iniziative analoghe in altri Paesi europei) essi si sono addirittura costituiti in un partito politico, il “Partito Popolare della Nigeria in Italia”, che segue e influenza in maniera determinante le vicende politiche del Paese di origine. La fondazione di questa componente italiana del “PDP” nigeriano è significativamente avvenuta, appunto, in concomitanza con il G-8 di Genova del luglio scorso, al quale ha partecipato, su invito del Presidente di Turno del G8, il Presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo, che, come dicevamo, ha partecipato in rappresentanza non solo del suo Paese ma di un ambizioso progetto di un’unione economica e politica africana sul modello dell’Unione Europea. 

E il “Peoples Democratic Party on Italy”, che in realtà è più simile a un Comitato di salvezza nazionale che a un vero e proprio partito politico, ha continuato ad operare, prendendo iniziative concrete che però non fanno notizia e non creano scalpore. Presidente del PDP-Italia è un distinto e cordiale signore, Augustine Chigbolu, che ha acquisito la cittadinanza italiana ed ha sposato un’italiana; nel nostro Paese svolge attività di imprenditore. L’ingegner Chigbolu è uno tra i maggiori artefici di un progetto per rilanciare e valorizzare l’agricoltura in Nigeria, dove le condizioni climatiche particolarmente favorevoli sono in grado di fornire due raccolti l’anno. Le disastrose condizioni del Paese non consentono, invece, di sfruttare queste grandi potenzialità perché manca di tutto, dagli strumenti agricoli alle infrastrutture. L’economia agricola è di sopravvivenza familiare, laddove con interventi mirati e di ridotto onere finanziario sarebbe possibile trasformarla in agricoltura di sostentamento nazionale, con un notevole surplus. 

"Il soddisfacimento dei bisogni alimentari primari – sostiene Chigbolu – è il primo passo per il consolidamento della democrazia in Nigeria, prossima alle prime elezioni per scadenza di mandato, dalle quali potrebbe scaturire anche una pacifica alternanza tra forse politiche di diverso orientamento. L’evento non sarebbe traumatico e sarebbe del tutto ininfluente sull’impegno del PDP-Italia allo sviluppo della Nigeria, in quanto esso pone l’accento sulla continuità istituzionale, piuttosto che su quella della coalizione politica della contingente maggioranza governativa, che, in una democrazia compiuta, sarà soggetta ad alternanza". Questa è l’altra faccia dell’immigrazione, o, ancora meglio, la faccia positiva di quella “società multietnica” a cui dare contenuti in una visione globale – e sottolineiamo il globale, proprio nei confronti dei “no global” – di superamento dei confini politici e geografici e di integrazione culturale reciproca. 

Realizzare tutto questo è una questione di uomini e di approccio politico. La Casa delle Libertà è impegnata in questo senso. Dall’altra parte gli epigoni sono i “no global”, i centri sociali, i guerriglieri più o meno urbani che manifestano in tenuta da “martire” palestinese. Succede poi che si parli della devastazione di Genova, e non dell’azione di edificazione globale e globalizzata, della quale in quella occasione sono state gettate le basi e che l’iniziativa della comunità nigeriana residente ora intende concretizzare con progetti concreti. Queste cose non fanno notizia, almeno per quelli del coro. E “L’opinione delle Libertà” è ancora una volta “fuori dal coro”.

Giorgio Prinzi

 

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LA CARTA VINCENTE DEL G8 DI GENOVA

L’OPINIONE DELLE LIBERTÀ

Venerdì 12 luglio 2002


Alla sinistra italiana più radicale oggi è forse rimasta solo la “Stalingrado”, su cui immolarsi, per l’immutabilità dell’articolo 18, dopo una serie di sconfitte campali che, a partire dal G8 di Genova, hanno profondamente messo in crisi quel movimentismo “rivoluzionario”, pagante con governi pavidi ed imbelli, disastroso se contrapposto a governi, quali il Governo Berlusconi, capaci di inventare pragmatiche soluzioni in grado di dare risposte concrete alle demagogiche ed utopistiche istanze della “rivoluzione globale” portata avanti - ironia della sorte - in nome dell’antiglobalizzazione. E proprio sull’aspetto utopico di queste rivendicazioni vorrei richiamare l'attenzione del lettore, in quanto la loro irrealizzabilità pratica - o almeno presunta tale - le rende strumentali per potere accusare la controparte di immobilità, conservatorismo, mancanza di disponibilità verso i deboli e diseredati, in definitiva a giustificare la violenza politica quale unico strumento in grado di attuare un cambiamento rivoluzionario, con l’eliminazione, nella storia anche fisica, degli avversari. 

Cosa si è inceppato in questo meccanismo dal G8 di Genova in poi? Silvio Berlusconi ha compreso che l’unico modo per sconfiggere il movimentismo rivoluzionario globale era quello di privarlo delle propagandistiche argomentazioni, di fare ritorcere in condanna contro di esso da parte di sempre più ampie fasce di opinione pubblica le sue manifestazioni violente che, private delle strumentali motivazioni ideali, appaiono sempre più per quello che sono e solo per quello. Il G8 di Kananaskis, dove queste politiche hanno cominciato a concretizzarsi in frutti positivi, ha visto in Berlusconi il vero “Protagonista”, evidenziando un suo ruolo guida superiore a quello che, almeno la stampa italiana, gli aveva riconosciuto quale Presidente di turno a Genova, oserei dire sproporzionato rispetto al peso reale dell’Italia di media potenza sullo scenario internazionale.

Qual’è stata la carta vincente del G8 di Genova, di cui nessuno sembra essersi accorto? La carta vincente è stata la sua innovativa preparazione, in particolare il coinvolgimento di quei Paesi e di quelle genti in nome dei quali “teppaglia globale” ha giustificato la devastante violenza. Comprimario in questa strategia di sviluppo è stato il Presidente della Nigeria Olusegun Obasanjo, espressione di un’attivissima intellettualità di patrioti nigeriani, in gran parte residenti ed integrati in Paesi europei, che sentono forti le radici con il Paese di origine e con tutta l’Africa e si stanno battendo, dopo averne reso possibile il ripristino, per il consolidamento e l’allargamento della democrazia in Nigeria e in tutto il Continente. I problemi non mancano e non sono neppure di facile soluzione, ma gli sforzi sinora fatti cominciano ad avere riconoscimenti ufficiali internazionali come quello al Presidente Obasanjo per l’azione volta al superamento dell’applicazione giurisdizionale della “legge islamica” in alcune province del suo Paese.

L’opinione delle Libertà ha seguito l’evoluzione di questo processo, dalla visita in Italia del Presidente Olusegun Obasanjo, giunto nel nostro Paese con qualche giorno di anticipo rispetto agli impegni G8 di Genova, per inaugurare la Sezione italiana del “Peoples Democratic Party” (Pdp), una sorta di “comitato nazionale” delle diverse e diversificate espressioni politiche che hanno consentito il ripristino delle democrazia in Nigeria, governata per la gran parte della sua storia quale stato indipendente da dittature militari. In quella occasione abbiamo conosciuto anche Augustine Chigbolu, Presidente del Pdp Italia, che svolge un’importantissima funzione di “diplomazia politica” collaterale, resa possibile al tempo stesso sia dalla mancanza di una veste istituzionale ufficiale sia dagli strettissimi rapporti interpersonali con esponenti politici ed istituzionali del suo Paese, a partire dallo stesso Presidente Obasanjo.

Attivissimo è stato Augustine Chigbolu, “nigeriano di Roma” (vive da circa 20 anni in Italia, è cittadino italiano, ha sposato una nostra connazionale), nel fare da tramite e costruire una piattaforma di proposte concrete, prima in occasione del recente Vertice della Fao, poi del G8 di Kananaskis, a cui l’assise di Roma ha fatto da banco di prova. Augustine Chigbolu, che pure sentiamo politicamente vicino, non vuole ufficialmente schierarsi, ne in Italia ne in Nigeria, a sostegno di questa o quella coalizione politica. «Le regole della democrazia comprendono l’alternanza – sostiene – e nell’interesse dell’Italia, mio Paese di adozione, e della Nigeria, mio Paese di origine, intendo dialogare e collaborare con le Istituzioni, indipendentemente dal colore politico delle personalità che, nel contingente, ne assumono i ruoli». Meno diplomatici e dichiaratamente di parte non possiamo fare a meno di enfatizzare il ruolo della maggioranza di Centrodestra, in particolare di Forza Italia in quello che abbiamo chiamato “l’altra faccia della globalizzazione”.

In primo luogo il rapporto privilegiato che si è aperto con il Presidente Olusegun Obasanjo si inquadra nella politica del Governo Berlusconi di chiudere gli strascichi pregressi, quale il debito contratto nei confronti dell’Italia da regimi spesso inaffidabili, e, per il futuro, privilegiare iniziative concrete e fattive. Il Governo nigeriano, nel quadro di un ambizioso progetto di sviluppo continentale, è impegnato in iniziative di sviluppo economico realistiche e credibili, le quali mirano anche a promuovere la crescita culturale della società nigeriana ed africana in senso democratico e della garanzia dei diritti della persona. L’impegno a sradicare la giurisdizionalità della legge islamica ne è una concreta testimonianza. 

Ed ancora una prova della fiducia che l’attuale politica nazionale riscuote all’Estero si ha nel fatto che gli aiuti italiani all’economia e all’agricoltura della Nigeria, frutto di un comune impegno di operatori economici privati italiani e della comunità nigeriana residente nel nostro Paese, è stata demandata a un comitato misto coordinato dallo stesso Augustine Chigbolu, promotore dell’iniziativa, che avrà quali interlocutori diretti il professor Ango Abdullahi, Consigliere personale per l’Alimentazione del Presidente Obasanjo; il dottor Adamu Bello, Ministro dell’Agricoltura nel Governo Nigeriano; l’Ambasciatore Etim Jack Okpoyo, Ambasciatore della Nigeria in Italia. Il G8 di Genova non è stato solo la devastazione dei “no global”; il suo spirito ha caratterizzato anche i lavori di quello di Kananaskis.

Giorgio Prinzi

 

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