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Mercoledi, 17 Dicembre 2003

 

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spacerTerrorismo: istruzioni per l’uso
di Elisa Borghi

Dall’11 settembre 2001 alla cattura di Saddam Hussein: un viaggio nei metodi e nella geopolitica del terrorismo. Lo abbiamo compiuto con Vittorfranco Pisano, colonnello della Polizia militare dell’esercito americano, docente di ‘Intelligence e security’ presso la sede romana dell’università di Malta e già consulente della sottocommissione per la Sicurezza e il Terrorismo del senato americano.

Che cosa ha rappresentato l’11 settembre per il terrorismo e per il mondo occidentale?
Dalla casistica riscontrabile nel pubblico dominio risulta che, mentre nel dettaglio il fenomeno terroristico è fortemente mutevole, nella sostanza e nelle metodiche basilari prevalgono le costanti sulle variabili. Tale osservazione trae conferma in modo macroscopico dagli eventi dell’11 settembre 2001, che rispecchiano: guerra asimmetrica, terrorismo internazionale, matrice religiosa e fine politico-confessionale, mire anti-occidentali, sequestro aereo, distruzione di aeromobile, attentati simultanei e coordinati, tipologia del bersaglio, azione suicida, aereo bomba e mancata o tardiva rivendicazione. Nessuno di questi aspetti è innovativo. Sono senza precedenti sono, invece, le perdite umane, i danni materiali e le ripercussioni psicologiche e di altra natura, che comunque si sarebbero potuti verificare già in precedenza se non fossero falliti piani terroristici come quello della distruzione di undici aerei di linea americani in area Oceano Pacifico nel 1995. L’11 settembre è indicativo dell’adozione, dell’adattamento e dell’armonizzazione di metodiche terroristiche già collaudate o, quantomeno, già ideate in passato, anche se non attuate o frustrate. Per l’Occidente, l’11 settembre ha confermato l’esigenza di adottare misure di contrasto sempre più organiche. Cito alcuni esempi: ancor più della “dichiarazione di guerra al terrorismo” da parte del presidente Bush, risalta la costituzione del “Department of Homeland Security”, sotto molti aspetti assimilabile al dicastero degli interni di tipo europeo, un concetto fino ad allora totalmente alieno alle istituzioni federali Usa. L’Italia, a sua volta, ha introdotto il reato di terrorismo internazionale e, appunto, sotto la crescente minaccia del terrorismo internazionale potrebbe finalmente essere adottata una riforma dei servizi di sicurezza con le dovute garanzie funzionali. Non va poi dimenticato che il Consiglio Nord Atlantico ha invocato, senza precedenti nella storia della Nato, l’articolo 5. 

Come s’inquadra il terrorismo religioso nell’ambito del fenomeno più complessivo del terrorismo?
Bisogna prima distinguere tra terrorismo classico e neo-terrorismo, due fenomeni che minacciano il mondo contemporaneo. Il terrorismo classico è una forma di conflittualità non convenzionale caratterizzata dalla violenza criminale, dal movente politico e da strutture e dinamiche clandestine. Esso viene praticato, perlopiù, da estremisti di destra, di sinistra o aventi aspirazioni separatiste etniche. Il neo-terrorismo, per contro, abbraccia particolari manifestazioni, effettive o potenziali, del terrorismo. Fra quelle potenziali va annoverato il terrorismo nucleare ad opera di gruppi sub-nazionali. Fra quelle effettive risalta il terrorismo religioso, che si distingue dal terrorismo classico a causa del movente o, più specificamente, della matrice. Va tuttavia osservato che la religione può essere vissuta come fede o come ideologia. Se professata come fede, essa riguarda il rapporto soggettivo tra l’essere umano o creatura e l’essere trascendentale o Creatore. Se professata come ideologia, travalica i confini spirituali assumendo caratteri, obiettivi e programmi politici. Nel caso del terrorismo religioso il movente tende quindi ad essere politico-confessionale anziché puramente politico. Rispetto al terrorismo classico, il terrorismo religioso costituisce una maggiore minaccia in quanto sovente mira non solo a modificare radicalmente società, istituzioni o governi, ma altresì alla distruzione totale del presunto “nemico”. Fanno stato le dichiarazioni di Osama bin Laden, secondo cui l’acquisizione di armi di distruzione di massa è “un dovere religioso”. Oggi è il radicalismo islamico che più frequentemente si traduce in terrorismo religioso, ma anche gli altri estremismi religiosi, inclusi quelli di matrice ebraica, cristiana e indù, danno vita ad atti di intolleranza e terrorismo vero e proprio.

In quale contesto si è sviluppata al-Qaida, da chi è composta, quali sono le sue finalità?
Al-Qaida, ovvero La Base, è stata costituita nel 1989 da Osama bin Laden in collaborazione con altri elementi radicali islamici. Essa è partorita dal Maktab al-Khidamat o Ufficio Servizi, già fondato verso la metà degli anni ’80 dallo stesso bin Laden e da Abdallah Azzam, noto membro della Fratellanza Musulmana, con lo scopo di raccogliere fondi e reclutare volontari per la resistenza afghana antisovietica. Ma al-Qaida persegue finalità più vaste quale ombrello per il coordinamento, l’addestramento e il supporto di numerose organizzazioni o formazioni subordinate, semi-autonome e autonome dedite alla jihad e protese alla creazione di un regime teocratico di stampo radicale islamico a livello regionale o mondiale. Allo stesso tempo al-Qaida costituisce un’organizzazione terroristica operativa in senso stretto, con una propria gerarchia e struttura. Ancorché indebolita dall’intervento americano e alleato in Afghanistan nel 2001, essa tuttora dispone di migliaia di membri e gregari e mantiene una presenza diretta o indiretta in un centinaio di paesi sia musulmani sia di altra fede.

Chi finanzia “La Base”?
Per quanto riguarda il finanziamento non solo di al-Qaida ma anche della rete radicale islamica nel suo insieme, le forme di appoggio sono molteplici e vanno al di là del patrimonio e degli investimenti risalenti al miliardario Osama bin Laden. Alcuni gruppi hanno goduto o tuttora godono dell’appoggio di stati governati da regimi illiberali, sia teocratici sia laici. Tale appoggio è motivato da calcoli politici o politico-confessionali o, ancora, quale linea di difesa contro eventuali attentati. Altre forme di appoggio provengono da benefattori privati consapevoli o inconsapevoli di appoggiare il terrorismo, data la doppia struttura - da un lato clandestina e violenta, dall’altro trasparente e dedita al magistero religioso e a opere di rilevanza sociale - che caratterizza diversi gruppi terroristici di questo stampo. Ulteriore fonte sono le attività imprenditoriali lecite e illecite poste in essere da queste aggregazioni e dai loro fiancheggiatori. Non va dimenticato, comunque, che nella maggioranza dei casi la progettazione e l’esecuzione di attentati terroristici, nonché la costituzione di gruppi dediti al terrorismo, richiedono mezzi finanziari piuttosto limitati. Il terrorismo viene infatti spesso qualificato, in modo approssimativo, come “l’arma dei deboli” o “lo strumento dei poveri”.

Fra gli aspetti più inquietanti del terrorismo islamico c’è il ricorso all’attentato suicida. Una minaccia che può toccare anche l’Italia?
Il ricorso all’attentato suicida non si limita all’ambiente radicale islamico. Dall’inizio degli anni ’80 si sono verificati circa 400 attentati di tale natura. Il “primato” è detenuto dai separatisti Tamil dello Sri Lanka, privi di motivazione religiosa, con oltre 170 aggressioni suicide. A tutt’oggi gli attentati suicidi hanno avuto luogo in almeno 14 paesi. Essi sono il risultato di diversi fattori, che spaziano dalla disperazione al fanatismo all’opera di plagio da parte di burattinai interessati. Non si può asserire che l’Italia sia esente dal rischio di attentati suicidi, in questa eventualità la principale fonte di rischio potrebbe essere di natura radicale islamica.

Nel suo libro, Dal Popolo di Seattle all’Ecoterrorismo, si legano l’ecologismo e l’avversione alla globalizzazione alla disponibilità a compiere o giustificare atti di violenza. Esiste un nesso tra un certo tipo di terrorismo e l’estremismo no global?
Sono coautore di quel libro assieme ad Antonio Gaspari. Ho curato la parte che riguarda il terrorismo ecologico, una delle manifestazioni del neo-terrorismo. L’eco-terrorismo, degenerazione del movimento conservazionista e di quello per la protezione degli animali, viene praticato da ecologisti radicali, i quali si dedicano con mezzi illeciti alle tesi dell’ecocentrismo e del biocentrismo. Secondo il biocentrismo, tutti gli esseri viventi sono titolari degli stessi diritti. Alcune aggregazioni militanti ecocentriste vorrebbero estendere questo concetto di uguaglianza pure agli oggetti inanimati presenti in natura. Gli obiettivi degli eco-terroristi abbracciano tre categorie fondamentali: i bersagli da colpire: cose o persone; i bersagli da intimidire: interessi economici o di altra natura collegati ai bersagli colpiti; e i bersagli su cui influire: vari settori del pubblico in generale. Le metodiche specifiche includono la distruzione, lo sconquasso o la paralisi d’impianti di ricerca ed esercizi industriali, commerciali o di altro genere, oltre alla diffusione del panico alimentare. L’attentato eco-terrorista pone una grave minaccia nei confronti dell’economia, delle fonti energetiche, degli equilibri naturali e della sicurezza nazionale. Esiste un nesso tra radicalismo ambientalista-animalista ed eco-terrorismo, da un lato, e la variegata contestazione no-global, dall’atro. Elementi no-global che si oppongono alle società multinazionali e agli stati accusandoli di “uccidere” l’ecosistema con uno sviluppo industriale dissennato, provocatore di effetti catastrofici sul pianeta, o che propugnano la lotta senza quartiere contro gli organismi geneticamente modificati, praticano la disubbidienza civile, un collaudato eufemismo per disordini e violenze.          

A proposito del coinvolgimento italiano in Iraq e degli attentati di Nassiriya, per quale motivo non sono state prese contromisure contro un pericolo annunciato?
L’attentato ai danni di elementi del contingente italiano costituisce un tragico evento, non prevedibile nel dettaglio ma nella tipologia, considerato il teatro d’impiego. Non reputo giusto attribuire carenze all’opera dei servizi d’intelligence italiani o alleati. Le informazioni che possono essere raccolte da questi servizi in situazioni di rischio o minaccia di natura terroristica tendono ad essere frammentarie anche quando attendibili. Da tenere presente che gli sviluppi iracheni, a livello di simbolo e relativa “chiamata alle armi”, attirano estremisti di varie estrazioni, quali il revanscismo palestinese, il nazionalismo arabo e il radicalismo islamico, se non pure l’antimperialismo europeo e latino-americano, un’ultradestra attratta da tematiche pseudo-islamiche e frange del movimento no-global. Tutte queste componenti, sebbene eterogenee, svolgono ruoli talvolta chiari talvolta sfumati a livello operativo e di supporto. Per di più sono presenti in loco e fuori area i resti delle milizie Baath, le rimanenti strutture del Fronte Arabo di Liberazione, elementi sopravvissuti dei cinque servizi segreti già agli ordini del deposto regime e volontari stranieri. In assenza di un controllo organico del territorio iracheno da parte della coalizione multinazionale e del costituendo governo post-Saddam, non si può pretendere un’opera d’intelligence capillare.

Cosa comporta la cattura di Saddam Hussein nella lotta al terrorismo?
La cattura di Hussein rappresenta chiaramente un successo per la politica degli Usa e dei paesi della coalizione impegnati nella missione e che più hanno sofferto perdite umane: in particolare il Regno Unito, l’Italia e la Spagna. Di per sé la cattura del rais, il cui ruolo nel corrente stadio di guerriglia e terrorismo non poteva essere dominante, visti i diversi attori autoctoni o stranieri accorsi in Iraq, verosimilmente non attenuerà le violenze nel breve termine. E’ rilevante, fra l’altro, il fatto che sia nel medio che nel lungo termine la persona e la figura di Saddam non potranno rappresentare un simbolo vero e proprio di richiamo ideologico o religioso.

Quale tipo di prevenzione e quali contromisure possono essere prese verso il terrorismo?
Gli strumenti giuridicamente e tecnicamente impiegabili debbono mirare alla dissuasione, alla prevenzione e alla repressione del terrorismo interno e internazionale, nonché al contenimento dei danni da esso causati in quanto il terrorismo non è del tutto debellabile. Questi strumenti includono l’intelligence, l’apporto dei cittadini e delle organizzazioni private, la professionalità nei mass-media, la preparazione tecnica del personale degli enti statali competenti, un’impostazione antiterroristica equilibrata e coerente, le convenzioni e i protocolli internazionali, la diplomazia, le sanzioni e gli incentivi economici e di altra natura, la collaborazione bilaterale e multilaterale tra stati, il ruolo appropriato delle forze armate, le operazioni speciali e la protezione civile. Data la delicatezza del momento storico riveste particolare importanza la “indications-and-warning intelligence”, branca dell’intelligence che richiede ulteriori raffinamenti nella formulazione degli indicatori o segnali di avvertimento e di pericolo, e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, indispensabile per il controllo del territorio. Va ricordato, comunque, che solo raramente un singolo strumento può rivelarsi determinante o prestarsi ad un impiego esclusivo, poiché la sua applicabilità ed efficacia sono variabili a seconda delle situazioni specifiche. Oltre all’esigenza di programmazione con debito anticipo, gli strumenti di contrasto debbono essere concreti, di reciproco rinforzo e coordinati fra loro.

Elisa Borghi
elisa.borghi@libero.it

 

 

 

 

 

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